Amore / Cinema

RUN : BRIVIDI PARALIZZATI IN FAMIGLIA

Run è la storia di Diana Sherman (Sarah Paulson) e della figlia Chloe (Kiera Allen), costretta su una sedia a rotelle a causa di diverse patologie: la sequenza iniziale mostra la nascita, prematura, della bambina, accompagnata da didascalie con le definizioni di aritmia, emocromatosi, asma, diabete e paralisi.

 

 

Chloe sogna di andare all’università, ma Diana, che l’ha educata entro le mura domestiche, occulta le lettere di ammissione, temendo che la giovane non sia pronta per il mondo esterno. La ragazza comincia a sospettare che qualcosa non quadri del tutto con la versione dei fatti proposta dalla genitrice, e presto si ritrova a temere per la propria incolumità nel luogo dove in teoria dovrebbe essere assolutamente al sicuro.

 

 

Esistono limiti oltre i quali la premura materna non dovrebbe spingersi? Un interrogativo a cui Diana e Chloe darebbero risposte diverse, soprattutto quando la situazione comincia ad assumere toni alla Misery non deve morire (film citato esplicitamente in almeno un’occasione, dato che un personaggio secondario si chiama Kathy Bates, come l’attrice che ha vinto l’Oscar per il ruolo di Annie Wilkes tre decenni fa).

La giovane Chloe affronta con caparbietà le difficoltà che la vita le ha messo davanti.

È su una sedia a rotelle, ha problemi cardiaci e soffre anche di asma e diabete.

Le è di molto aiuto la presenza della mamma, Diana, che ha dedicato tutta la sua vita a lei: cura la sua istruzione, le fa da mangiare e pensa a tutte le medicine, tante, che la ragazza deve prendere. Nell’ottica positiva che caratterizza il suo approccio alla vita, Chloe attende con ansia la risposta del college alla sua richiesta di iscrizione.

La risposta però tarda ad arrivare.

 

 

A parte questo, tutto sembra andare alla perfezione nel ménage familiare. Solo che, insospettita da un nuovo medicinale che deve prendere, Chloe comincia a svolgere indagini, arrivando via via a svelare una verità del tutto imprevista con cui fare i conti.

 

 

Al centro, la caratterizzazione dei due personaggi protagonisti che lasciano poco spazio a quelli di contorno e si prendono interamente la scena quali espressioni di un gioco contorto e malsano nel quale il rapporto tra madre e figlia, che inizialmente sembra simbiotico e perfetto, si rivela disfunzionale e perverso.

 

Il desiderio di accudire necessita qualcuno che ne abbia bisogno: nel rappresentare in modo estremo questo semplice fatto il film occupa con sapienza territori psicologici simili a quelli di Misery non deve morire. Che l’analogia sia consapevole è evidente: uno dei personaggi secondari, la farmacista, si chiama Kathy Bates, come l’attrice che grazie a Misery vinse l’Oscar.

 

Il gioco psicologico – un classico gioco tra gatto e topo – è reso efficace anche dall’ottima prova delle due attrici protagoniste. L’esperta Sarah Paulson dà convinzione e, almeno per gran parte del film, misura al suo ritratto di madre appassionata e dedita alla figlia, risultando anche convincente quando la deriva psicopatica prende maggiormente piede.

 

La giovane Kiera Allen è se possibile ancora più brava e trova accenti assai credibili e drammatici nel ruolo della figlia di fronte a una realtà sempre più terribile. Kiera Allen è all’esordio nel lungometraggio e quindi la sua prova è ancora più significativa.

 

 

Prima di questo film era solo comparsa nel cortometraggio Ethan & Skye (2014), nel quale aveva tracciato con notevole bravura un altro ritratto di adolescente alle prese con una situazione familiare problematica.

 

 

Per questa recensione mi sono appoggiato presso:

Uci Cinemas di Como situato a Montano Lucino

Via G. Leopardi, 1/A, 22070 Montano Lucino CO

Per orari e film consultare il link:

https://www.ucicinemas.it/cinema/lombardia/como/uci-cinemas-como/