Amore / Cinema

Songbird

Un lockdown movie che prova a non farsi ingabbiare dagli obblighi del cinema pandemico. Alla fine ha il fiato corto ma rimane una lucida riflessione sull’immaginario della pandemia.

Girato durante la prima ondata di Covid-19 negli Stati Uniti, Songbird, di Adam Mason, è il primo film che mette la pandemia al centro della narrazione ma è soprattutto un atto di resistenza nei confronti del nuovo statuto delle immagini imposto dal coronavirus.

 

 

Sul film di Mason incombe in effetti la personalità di Michael Bay, uno dei più lucidi teorici dell’immagine nel cinema pop contemporaneo, che dall’essere solo executive del film ne diventa, lentamente un co-regista più o meno occulto.

 

A Mason e Bay l’immaginario pandemico, dominato dalla post-verità e saturo di input sta in effetti stretto e si percepisce la loro stanchezza nei confronti di un cinema costretto a sopravvivere intrappolati tra gli schermi o disperso in territori di confine diversi dal set.

Songbird, dunque, più che un semplice pandemic movie è un film che riordina gli input immaginifici della pandemia.

 

 

Non è un caso che, per farlo, scelga il filtro della distopia, l’ideale per disinnescare certi spettri del trumpismo ma anche a rielaborare quei rigurgiti complottisti legati al virus.

A introdurci all’America del 2023 in cui si ambienta Songbird, bloccata in lockdown dopo che il virus del COVID-19 è mutato in COVID-23 sono quindi i vlog dei contrari alla dittatura sanitaria ed è in questo contesto che si muove Nico, rider immune al virus costretto a cercare dei pass per proteggere la donna che ama dalla deportazione in speciali campi di quarantena destinati agli infetti.

 

parte dunque da un’aggressiva stoccata alla gestione del virus da parte di Trump ma Mason è evidentemente più interessato a riflettere sulla crisi dell’immagine cinematografica a contatto con la catastrofe e da una pandemia che, per essere processata ha portato all’annullamento del confine tra la realtà ed il cinema.

 

 

In un momento storico in cui la realtà ssi avvicina sempre di più al cinema, Adam Mason e Michael Bay compiono il percorso inverso: partono dalla reale Los Angeles in lockdown ma ne potenziano la grana cinetica.

 

Nico si muove in uno spazio che è un continuo carosello immaginifico, in cui le strade sono vuote come quelle di Occhi bianchi sul pianeta Terra ed in cui tutto si costruisce sul prelievo da un’iconografia nota, dalla sirena di The Purge all’atteggiamento da cowboy del protagonista, così da permettere alle immagini di tornare a quel cinema da cui sono state separate per un anno è mezzo. È chiaro, tuttavia che Adam Mason voglia soprattutto emancipare il suo film da certi obblighi del cinema pandemico.

 

 

L’essenzialità ed il minimalismo linguistico in Songbird non sono infatti più elementi costrittivi, ma strutture centrali della pellicola, valorizzate con cura dalla regia.

Il passo di Mason è quasi da pre-cinema, tra personaggi tracciati a tinte forti, un racconto archetipico ed una sintassi estreamamente dinamica, sottolineata dai movimenti di macchina e del montaggio frenetico.

Obbligato a rinunciare a complessi effetti speciali, il film diventa un racconto di puro movimento e trova rifugio in una sorta di Bayhem al grado zero, necessario a fluidificare i diversi formati a cui la pellicola ricorre, tra smartphone e camere a mano, ma anche strumento centrale nell’affrancamento di Songbird dal resto degli esperimenti di pandemic cinema.

Il film di Adam Mason probabilmente non riesce a fingere fino in fondo che la pandemia non abbia influenzato il linguaggio cinematografico ma è un progetto che, pur perdendosi a tratti tra le sue ambizioni, interroga con chiarezza ed originalità il nuovo statuto dell’immagine ai tempi del coronavirus.

 

Per questa recensione mi sono appoggiato presso:

Uci Cinemas di Como situato a Montano Lucino

Via G. Leopardi, 1/A, 22070 Montano Lucino CO

Per orari e film consultare il link:

https://www.ucicinemas.it/cinema/lombardia/como/uci-cinemas-como/