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- L’Ultimo Viaggio nel Segno della Bellezza: Quando il Commiato Diventa Arte.
Milano ha sfidato i tabù più profondi trasformando il rito del passaggio in un’esperienza estetica senza precedenti. Venerdì 8 maggio, le storiche mura del Centro Internazionale di Brera (via Formentini, 10) hanno ospitato “Una questione di stile”, un’esposizione curata da Primacassa che eleva il concetto di commiato a vera e propria forma d'arte. Non si tratta di una semplice mostra, ma di una riflessione corale sul senso dell'esistere, arricchita dai contributi intellettuali di Guido Oldani, Pietro Pedroni e Stefano Pizzi. Il cuore pulsante dell’evento è l'estetica del silenzio: dodici bare che si rivelano autentici capolavori di design. Nate dalla matita di Vittorio Prato su intuizione visionaria di Primo Fumagalli, queste opere tornano oggi a risplendere in una sede prestigiosa, impreziosite dal tocco contemporaneo del giovane artista Dario Ponessa, che ne ha rivisitato i decori con sensibilità moderna. L’idea di fondo è dirompente: il diritto di congedarsi dal mondo mantenendo intatto lo stile e il carattere che hanno guidato l’intera vita. Questa collezione è l'eredità spirituale di Primo Fumagalli, fondatore di Primacassa e imprenditore brianzolo dalla personalità vulcanica. Viaggiatore instancabile e appassionato centauro, Fumagalli ha concepito il momento del distacco non come un cupo sipario, ma come un’ultima performance. Per lui, l'atto finale deve possedere un’aura esclusiva e "charmant", una coerenza visiva che celebri la dignità e l'unicità dell'individuo attraverso forme raffinate e materiali pregiati. Come amava sottolineare: “È il rivelare il proprio vissuto sottolineandolo per un’ultima volta davanti agli affetti più cari”. Immergersi in questa esposizione nel cuore di Brera significa guardare oltre il dolore per abbracciare l'eterno. È un invito coraggioso a trasformare un oggetto di utilità estrema in un messaggio d’amore verso la vita stessa, rendendo l'ultimo saluto un gesto di suprema bellezza.
- Prada presenta Chawan Cabinet, una mostra dell’artista Theaster Gates
C’è un momento, varcando la soglia del *Chawan Cabinet*, in cui il rumore del mondo sembra arretrare. Non è un silenzio vuoto, ma denso, abitato. Un silenzio che invita a rallentare, a osservare, a entrare in relazione. Al centro di questo progetto, ideato dall’artista americano Theaster Gates in dialogo con Prada, non ci sono semplicemente oggetti, ma presenze. Ceramiche, forme cerimoniali, superfici segnate dal fuoco e dal tempo: elementi che non chiedono di essere guardati, ma vissuti. Ogni pezzo sembra custodire un gesto, una memoria, una traccia umana che resiste all’omologazione del contemporaneo. La ceramica, una delle prime tecnologie dell’umanità, torna qui alla sua essenza più profonda: recipiente di vita, di nutrimento, di relazione. Non lusso, ma necessità. Non decorazione, ma linguaggio. In questo spazio, ogni imperfezione diventa racconto, ogni variazione testimonianza di una presenza irripetibile. Il cuore simbolico dell’intero progetto è la *chawan*, la ciotola da tè giapponese. Più che un oggetto, è un invito: a tenere tra le mani qualcosa con attenzione, a percepirne il peso, la temperatura, la superficie. È un gesto di ospitalità, ma anche di consapevolezza. Accanto, il *yunomi* — la tazza quotidiana — introduce un’altra dimensione: quella della ripetizione, dell’abitudine, della familiarità. Se la chawan appartiene al rito, il yunomi appartiene al tempo che scorre. E poi il *guinomi* e il *tokkuri*, legati al sakè, che trasformano l’atto individuale in esperienza condivisa. Passano di mano in mano, costruendo fiducia, prossimità, comunità. In questo lessico silenzioso, gli oggetti diventano mediatori: strumenti attraverso cui le relazioni prendono forma. Lo spazio stesso è parte integrante di questa narrazione. Non una semplice esposizione, ma un ambiente che richiama un paesaggio domestico giapponese: intimo, essenziale, profondamente tattile. Le superfici ruvide, le ceramiche sviluppate con manifatture giapponesi, il legno di recupero: tutto contribuisce a creare un’atmosfera che rifiuta la perfezione levigata del retail contemporaneo. Al centro, un lungo tavolo non è solo supporto espositivo, ma luogo potenziale di incontro. Intorno, strutture che non impongono ordine ma suggeriscono relazioni, accumuli, stratificazioni. Nulla è gerarchico. Tutto è umano. Più raccolti, gli ambienti laterali custodiscono altre dimensioni del progetto. Un cabinet appartenente alla collezione personale di Gates diventa simbolo di archivio e memoria, mentre le chawan del suo *1,000 tea bowl project* raccontano una ricerca fatta di ripetizione e variazione, dove ogni differenza è significativa. Nel cortile, una tea house introduce il tempo del rito. Qui la cerimonia del tè non è spettacolo, ma esperienza. Un invito a partecipare, a essere presenti. Intorno, un giardino essenziale — ghiaia, vegetazione, sculture — estende questa sospensione in uno spazio aperto, ma ugualmente raccolto. E poi il suono. Un giradischi d’epoca accompagna la visita con il calore imperfetto del vinile. Anche questo è un gesto: scegliere un disco, posarlo, lasciarlo suonare. Una cura che appartiene al domestico, al quotidiano, al tempo lento. Il lavoro di Theaster Gates trova qui una sintesi potente. La sua pratica, che attraversa scultura, urbanistica, teoria dello spazio e performance, si radica nell’argilla come metafora: qualcosa che può essere modellato, trasformato, ma che conserva sempre la memoria delle mani che l’hanno lavorata. È proprio in questa tensione tra concetto e materia che il progetto prende vita. *Chawan Cabinet* non è solo un’esposizione. È una proposta. Un cambio di prospettiva. Sposta l’attenzione dal possesso all’esperienza, dall’oggetto alla relazione, dalla visione all’uso. Ci ricorda che abitare il mondo — davvero — significa entrare in contatto con ciò che ci circonda, con attenzione e intenzione. E forse, uscendo, qualcosa resta: un modo diverso di guardare una tazza, un gesto più lento nel portarla alle labbra, una consapevolezza nuova nel condividere un momento. Piccoli atti, semplici recipienti. Eppure, capaci di contenere profondità.
- IL DIAVOLO VESTE PRADA 2: MIRANDA E’ TORNATA. E MILANO TREMA.
L’attesa è finita: in tutte le sale italiane arriva Il diavolo veste Prada 2. E sì, noi c’eravamo. Siamo stati ospiti alla proiezione all’Orfeo Multisala a Milano e, lasciatecelo dire: più che un film, è una vera dichiarazione di stile come direbbe Miranda Priestly. L’impatto visivo è straordinario : tutto, dal mood board alle scenografie, è perfettamente coerente . Ma è il film a fare davvero la differenza. Rispetto al primo capitolo, il rapporto tra Miranda e Andrea “Andy” Sachs assume un ruolo molto più centrale, trasformandosi in qualcosa di inaspettato, una vera e propria alleanza di potere femminile. E sappiamo bene quanto, nel mondo della moda, questa complicità sia tanto rara quanto potente. Tra i personaggi che colpiscono di più c’è Nigel Kipling, interpretato da Stanley Tucci: sempre elegante, sempre educato, nel primo film rimaneva in parte nell’ombra. Qui, invece, trova finalmente spazio e profondità, conquistando una rivincita narrativa che era decisamente dovuta al suo personaggio. E poi c’è Anne Hathaway nei panni di Andrea: un punto chiave dell’intero film. È una delle poche persone che Miranda, così apparentemente fredda e impenetrabile, arriva a stimare davvero. Ed è proprio attraverso questo rapporto che scopriamo un lato più umano della direttrice, qualcosa che nel primo film era solo accennato. E non dimentichiamoci di Emily: perché sì, anche lei regalerà più di un colpo di scena, confermandosi uno dei personaggi più imprevedibili e iconici. Milano, ovviamente, non poteva restare fuori. La città diventa parte integrante del racconto: elegante, frenetica, perfettamente in linea con il film. Tra i punti più iconici c’è un pop-up al piano terra della Rinascente che Miranda approverebbe senza esitazione. Dalle sue frasi cult “Fa’ pure tutto con estrema calma, sai quanto la cosa possa rendermi felice” , fino a uno spazio foto a forma di magazine ispirato a Runway, la rivista simbolo della storia. Per chi ama i dettagli, alcune delle scene più suggestive sono state girate a Villa Arconati, aggiungendo un tocco ancora più sofisticato alla narrazione visiva. Musiche di Theodore Shapiro, scenografia di Jess Gonchor e costumi firmati da Molly Rogers completano un lavoro che è, prima di tutto, un’esperienza stilosa. Ci saranno colpi di scena, ci sarà dramma perché le vere queen non fanno altro. Ma soprattutto ci sarà stile, quello che non passa mai di moda e che questo sequel riesce ancora a reinventare. E a questo punto, diciamolo chiaramente: non vi resta che correre al cinema, ma con le aspettative alte perché Miranda Priestly non accetta niente di meno!
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