L’Olocausto: memoria, responsabilità e il dovere di ricordare
- Sergio Ivan Roncoroni

- 6 giorni fa
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L’Olocausto non è solo una pagina di storia: è una ferita ancora aperta nella coscienza dell’umanità. È il racconto di milioni di vite spezzate non da una guerra qualunque, ma da un’idea, dall’odio trasformato in sistema, dalla convinzione che alcune persone valessero meno di altre.

Tra il 1933 e il 1945, uomini, donne e bambini furono perseguitati, marchiati, deportati e uccisi solo per ciò che erano. Sei milioni di ebrei persero la vita, insieme a rom e sinti, persone con disabilità, oppositori politici, omosessuali, testimoni di Geova. Numeri enormi, quasi impossibili da comprendere, dietro i quali si nascondono volti, nomi, sogni, risate interrotte.

Tutto ebbe inizio lentamente, quasi in silenzio. Prima le parole, poi le leggi, infine la violenza. L’odio venne insegnato, ripetuto, normalizzato. Gli ebrei furono esclusi dalle scuole, dal lavoro, dalla società, fino a essere considerati non più esseri umani.

Quando il mondo iniziò a voltarsi dall’altra parte, i treni cominciarono a viaggiare. Vagoni pieni di persone stipate, senza sapere la destinazione, senza sapere se ci sarebbe stato un domani. Nei campi di concentramento e di sterminio la morte divenne routine, organizzata, efficiente. Camere a gas, fame, freddo, lavoro forzato: tutto era pensato per cancellare non solo i corpi, ma anche la dignità.

Eppure, anche in quell’oscurità assoluta, l’umanità non scomparve del tutto. Sopravvisse negli sguardi, nei gesti di solidarietà, nei diari scritti di nascosto, nelle parole affidate alla speranza.

Le testimonianze dei sopravvissuti ci ricordano che ogni vittima era una persona unica, con una storia irripetibile. Bambini che non diventarono mai adulti, genitori che non poterono proteggere i propri figli, famiglie cancellate per sempre. Ricordarli significa restituire loro una voce, significa opporsi all’oblio.

Oggi, parlare di Olocausto è un atto di responsabilità. In un tempo in cui l’odio riemerge sotto nuove forme e la memoria rischia di affievolirsi, ricordare diventa un gesto necessario. Non per rimanere prigionieri del passato, ma per vigilare sul presente. L’Olocausto ci insegna che l’indifferenza è complice, che il silenzio può essere pericoloso quanto la violenza, che i diritti non sono mai garantiti per sempre.

La memoria non è solo commemorazione, è impegno. È la scelta quotidiana di riconoscere l’altro come essere umano, di rifiutare ogni forma di discriminazione, di difendere la dignità di tutti. Finché continueremo a raccontare ciò che è stato, finché avremo il coraggio di guardare quella tragedia negli occhi, l’Olocausto non sarà solo la storia di una fine, ma anche un monito potente a proteggere l’umanità che ci resta.





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