Giulia Lopez presenta il suo primo libro intitolato Iconoclasti
- Sergio Ivan Roncoroni

- 27 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Giulia Lopez de Gonzalo (2001) appartiene a una generazione che ha imparato a leggere il sistema dall’interno, senza idealizzarlo.
Laureata con Honours in Fashion Business & Marketing presso l’Amsterdam Fashion Academy, affiliata alla Luiss Business School e accreditata dalla Buckinghamshire New University (UK), ha costruito il proprio percorso tra Milano e Amsterdam, muovendosi con naturalezza tra marketing, comunicazione, retail e osservazione critica delle dinamiche del settore.

Durante il percorso accademico ha ideato Whatswer, una piattaforma fashion-tech sviluppata come progetto di tesi e realizzata in una versione beta funzionante. Nato come concept sperimentale, il progetto risponde alla crisi dell’esperienza fisica in negozio e alla deriva di un consumo sempre più sbilanciato sull’online. Attraverso la creazione di un profilo personale basato su stile, occasione d’uso, armocromia e budget, Whatswer genera una selezione di outfit coerenti, organizzati in una moodboard digitale che restituisce una visione completa del look.
L’utente può scegliere se ritirare l’outfit in-store favorendo il ritorno nello spazio retail o procedere all’acquisto online, con un sistema pensato come base modulare per sviluppi futuri.
Parallelamente, Giulia ha maturato esperienze professionali con brand emergenti e brand di lusso, operando tra showroom, comunicazione e retail.
Ha lavorato in contesti strutturati come La Rinascente di Milano, confrontandosi direttamente con i meccanismi decisionali legati a prodotto, distribuzione e relazione con i buyer.
Un percorso che le ha permesso di sviluppare una visione concreta, stratificata e non romantizzata del sistema moda, osservato sia dall’esterno sia dall’interno.
Attualmente è impegnata nello sviluppo del proprio brand personale di moda, progetto in fase di definizione e tutela legale. Un percorso che nasce dalla volontà di costruire un’identità autonoma e un’indipendenza professionale capaci di unire visione creativa, strategia e consapevolezza culturale, al di fuori di strutture predefinite e modelli imposti.

È inoltre autrice di un saggio critico che analizza senza filtri la nostra epoca di sovraesposizione, in cui l’immagine ha progressivamente sostituito la sostanza e il mito si è trasformato in prodotto.
Attraverso un’indagine che attraversa moda, social media, politica, cinema, musica, relazioni e disturbi contemporanei, il libro smonta le illusioni collettive che plasmano il presente, raccontando una realtà sempre più costruita per essere guardata, più che vissuta.
Quando smettere di essere visti diventa un atto di verità
Viviamo in un tempo che chiede costantemente di essere mostrato.
Ogni gesto, ogni pensiero, ogni fase della vita sembra dover passare attraverso un’immagine per esistere davvero.
Essere visti è diventato sinonimo di essere reali.
È dentro questa tensione continua che nasce Iconoclasti, il saggio di Giulia Lopez de Gonzalo, come una pausa necessaria. Un respiro. Un atto di onestà.
Iconoclasti non guarda il presente dall’esterno, ma lo attraversa. Lo vive.
Lo sente.
Parla a chi ogni giorno cerca di costruire qualcosa un’identità, un progetto, una direzione mentre il tempo accelera e la visibilità sembra contare più della sostanza.
Non c’è distanza, non c’è superiorità morale: c’è una voce che si mette in discussione insieme al lettore.
Nel mondo raccontato da Giulia Lopez, l’immagine ha lentamente preso il posto dell’esperienza.
Il mito si è fatto prodotto, l’autenticità una performance, il lavoro uno spettacolo che non si spegne mai.
Le relazioni diventano interfacce, il disagio emotivo contenuto, il valore personale qualcosa da dimostrare in fretta.
E intanto cresce una stanchezza silenziosa, difficile da nominare ma impossibile da ignorare.

Il cuore del libro batte attorno al tempo.
A quella sensazione diffusa di essere sempre in ritardo, di dover “diventare qualcuno” entro una scadenza invisibile. Viviamo in una cultura che confonde la velocità con il successo e l’urgenza con il senso.
In questa corsa continua, non resta spazio per l’errore, per la durata, per la complessità. Iconoclasti si ferma proprio lì, in quella crepa, e fa una domanda semplice e scomoda: che cosa significa davvero costruire qualcosa che ci somigli?
Il titolo richiama l’iconoclastia: rompere le immagini sacre, mettere in discussione ciò che consideriamo intoccabile. Ma qui non si tratta di distruggere per provocare. Si tratta di togliere potere alle illusioni che ci governano.
Di smontare narrazioni che ci hanno convinti che valiamo solo se siamo visibili, desiderabili, condivisibili. L’iconoclasta contemporaneo non alza la voce: guarda più a lungo.

Iconoclasti non offre soluzioni rapide né promesse consolatorie. Non indica una via di fuga.
Offre qualcosa di più raro: chiarezza.
Una lettura che non semplifica il presente, ma lo rende finalmente leggibile.
Che non ci dice cosa fare, ma ci aiuta a capire chi stiamo diventando.
In un’epoca che chiede di essere guardata, Iconoclasti sceglie di essere vissuto. E ci ricorda che, forse, tornare alla sostanza è l’unico vero gesto radicale rimasto.




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