Marysthell Polanco: dalle luci dello spettacolo all’ombra dei tribunali, il prezzo invisibile della fama.
- Sergio Ivan Roncoroni

- 14 gen
- Tempo di lettura: 3 min
Ci sono storie che diventano simboli. Non perché lo desiderino, ma perché vengono trascinate dentro una narrazione più grande, più potente, spesso più crudele delle persone che le vivono.
La storia di Marysthell Polanco è una di queste. Una parabola che attraversa la televisione, il potere, la giustizia e infine il silenzio. Un viaggio che racconta molto non solo di lei, ma di un’Italia intera.

Quando Marysthell arriva in Italia, porta con sé il sogno classico di chi crede che il talento e la determinazione possano bastare. Il corpo allenato della ballerina, il sorriso magnetico, la presenza scenica: ingredienti perfetti per la televisione commerciale dei primi anni Duemila. Il pubblico la conosce come una delle ballerine di “Colorado”, uno dei programmi simbolo di quell’epoca spensierata, fatta di risate e varietà.
Per un momento, sembra l’inizio di una carriera solida, luminosa, in ascesa.
Poi, quasi senza preavviso, la traiettoria cambia.
Il nome di Marysthell Polanco smette di comparire nei titoli di coda e inizia ad apparire nelle carte giudiziarie. È il 2010, e l’inchiesta Ruby irrompe come un terremoto nella politica e nella società italiana.

Arcore diventa il centro di una narrazione ossessiva, un luogo sospeso tra mito, scandalo e voyeurismo mediatico. Marysthell viene indicata come una presenza fissa di quelle serate che lei continuerà a definire “cene eleganti”, momenti di spettacolo dopo cena, lontani dall’immaginario più torbido costruito dai media.
Le intercettazioni e le testimonianze raccontano una donna brillante, capace di intrattenere, di attirare l’attenzione. I travestimenti – da Barack Obama a Ilda Boccassini – diventano dettagli grotteschi, quasi caricaturali, che finiscono per sovrastare la persona.
In pochi mesi, la ballerina diventa un personaggio. E come spesso accade, il personaggio divora la donna.

Se il primo processo Ruby si chiude con l’assoluzione di Silvio Berlusconi, per Marysthell il calvario è appena iniziato. Con il Ruby-ter, la lente della giustizia si sposta su di lei e sulle altre ragazze, marchiate da un soprannome che pesa come una condanna preventiva: le Olgettine.
L’accusa è durissima: corruzione in atti giudiziari e falsa testimonianza.
Non più solo presenze scomode, ma ingranaggi consapevoli di un sistema.
Sono anni lunghi, logoranti.
Anni in cui la vita resta sospesa, il lavoro scompare, la reputazione viene smontata pezzo dopo pezzo.
Marysthell parla, si difende, a volte protegge quel mondo che l’ha accolta, altre volte lascia emergere la rabbia e l’amarezza per un’esposizione mediatica che non perdona.
Racconterà più volte come il processo non abbia colpito solo la sua carriera, ma la sua dignità, la sua identità, la sua possibilità di essere semplicemente una persona normale.

Il 15 febbraio 2023 arriva la fine. Il Tribunale di Milano assolve tutti gli imputati del Ruby-ter perché “il fatto non sussiste”.
Una sentenza che non grida vendetta, ma solleva una questione fondamentale: quelle donne non avrebbero mai dovuto essere ascoltate come testimoni, bensì come indagate.
Le loro parole, per la legge, non avevano valore. Dieci anni di accuse, di titoli, di giudizi pubblici evaporano in poche righe di motivazione.
Ma ciò che la giustizia restituisce, il tempo non sempre guarisce.
Oggi Marysthell Polanco vive lontano dai riflettori.
Non cerca più la telecamera che un tempo l’aveva scelta. Si dedica alla famiglia, alla maternità, a una quotidianità costruita con fatica sulle macerie di un’esposizione totale. In alcune interviste parla di sollievo, sì, ma anche di una ferita che resta: quella di chi è stata raccontata più che ascoltata.

La sua storia non è solo quella di una showgirl coinvolta in uno scandalo politico. È la storia di una donna che ha pagato un prezzo altissimo per essere finita nel punto cieco tra spettacolo, potere e giustizia. Una storia che ricorda quanto sia sottile il confine tra successo e caduta, e quanto sia facile perdere il volto umano dietro un’etichetta.
Alla fine, oltre le sentenze e i titoli, resta una verità semplice e spesso dimenticata: prima di tutto, Marysthell Polanco è una persona. E come tutte le persone, merita di essere raccontata per ciò che è, non solo per ciò che ha rappresentato in un’epoca controversa della nostra storia recente.




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