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L'oro delicato di Giorgio Armani

La ricerca della coerenza è sempre stata il suo mantra, ma da quando qualche critico l’ha bollata come ripetitività, ecco che per “Re” Giorgio è diventata una sfida. Essere tutto sé stesso e, al contempo, superare sé stesso. Cosa che ha fatto magistralmente con questa collezione Giorgio Armani Primavera/Estate 2023, in cui ha fatto sintesi di tutto il suo percorso creativo iniettandovi nuova linfa, tanto che quel “fil rouge” che ha srotolato negli anni ora è così prezioso da esser diventato un filo d’oro. E “Fil d’Or” è proprio il nome di questa nuova collezione, che sancisce l’ingresso dell’oro nella palette armaniana. Gli alchimisti credevano che l’intero Universo tendesse verso uno stato di perfezione, e l’oro, per la sua intrinseca natura di incorruttibilità, era considerato la sostanza che più si avvicinava alla perfezione: Giorgio Armani, da grande alchimista della moda quale è, ha scelto proprio l’oro, in una tonalità gentile, sottile, per i capi che secondo lui meglio incarnano quell’ideale assoluto di eleganza, femminilità e bellezza che da tutta la vita persegue.

Ho cercato di spingere il pedale verso un’estetica molto rassicurante, perché – come già gli antichi greci – sono convinto che ad una bellezza esteriore possa corrispondere anche una bellezza interiore”, spiega lo stilista. “Non mi è difficile continuare il mio discorso, anche se mi trovo a operare con altre visioni di moda molto diverse dalla mia – riflette Giorgio Armani, tirando le somme del processo che ha portato a questa collezione -. È uno scontro violento che devo affrontare collezione dopo collezione. Devo stare attento a quello che succede intorno a me anche se a volte non mi piace e devo anche difendere la mia visione: non è semplice…Questa – prosegue – è una collezione ispirata a un modo di essere, proiettato ad altri mondi che si declinano con il mio mondo. Ci sono gonne e pantaloni che ho disegnato 25-30 anni fa ma sono perfetti oggi, pantaloni che sembrano gonne e gonne che sembrano pantaloni”.

Proprio questa fluidità, amplificata dai bagliori emanati dai capi tempestati di lustrini e riecheggiata nell’ispirazione orientaleggiante che scandisce le forme, trasmette un profondo senso di spiritualità femminile. Il sentore d’Oriente e di mondi lontani è suggellato anche dalle sculture d’orate a forma di bambù (le stesse che usò già nel 2015 per l’allora collezione Privé, quando si suol dire sostenibilità, ndr) che attraversano la passerella del teatrino di via Borgonuovo, e dalla musica in sottofondo, che richiama i suoi di una giungla onirica.

Guai, però, a bollarla come etnica: i sentori esotici sono contestualizzati negli iconici stilemi armaniani, legati a quel filo (d’orato) che fa da trait d’union con le precedenti creazioni dello stilista. Ci sono le silhouette liquide, allungate, evanescenti come miraggi desertici: spolverini leggeri, giacche fluide, pantaloni sarouel, gonne impalpabili e abiti intessuti di luce. I tessuti sono leggerissimi, i colori prendono vita dal greige iniziale per accendersi nel blu Cina e nel viola d’India, fino a confluire nell’unum dell’oro. Motivi mandala catturano il senso di un’interiorità leggera, proprio come le canne di bambù che ondeggiano in passerella. La donna “gentile” di Armani calza sandali piattissimi e rifugge i tacchi vertiginosi: serve dolcezza, non violenza, per scivolare sulla vita.



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